Il secondo intervento quattrocentesco: la Sala Grande

 Nel 1430 ebbero inizio i lavori che portarono alla costruzione del corpo della Sala Grande, ultimo grande intervento di ampliamento commissionato dai Capitani di Parte Guelfa per la loro residenza.  

 

 

Dalla descrizione della bottega XI riportata nell’inventario del 1431:

“Una bottegha per apigionare, allato all’Arte di Porta Santa Maria e allato a dove sà a fare il muramento della sala grande del palagio. […] Truovo che detta bottegha e casa fu gittata in terra a dì XVI di Marzo 1429 per deliberazione de’ chapitani che erano allora. […] Truovo detta bottegha e chasa apigionata al Maestro Niccholetto di Pietro orafo”.

L’aggravarsi delle condizioni economiche della Parte Guelfa, e la sua progressiva perdita di potere nella vita politica di Firenze dopo l’ascesa della Famiglia Medici al governo della città, non permisero il completamento dei lavori, lasciando l’opera incompiuta fino al secolo successivo, quando il Monte Comune trasferì i propri uffici nel Palagio di Parte Guelfa.

La storiografia ha da sempre attribuito a Filippo Brunelleschi la direzione dei lavori per gli ampliamenti quattrocenteschi del Palagio di Parte Guelfa. Tuttavia non esistono documenti di prima mano che provino la sua effettiva partecipazione alla costruzione della Sala Grande, e si è potuto collegare la figura del Brunelleschi ai lavori alla residenza della Magistratura Guelfa solo grazie alle notizie riportate dal Manetti nella prima biografia del maestro.

Con questo non si intende negare che il Brunelleschi sia stato coinvolto negli interventi quattrocenteschi per il Palazzo della Magistratura Guelfa, ma si cerca di dirigere l’attenzione quantomeno sulla necessità di una revisione della cronologia degli eventi costruttivi relativi al corpo di fabbrica tra Via delle Terme e Via di Capaccio, e porre il problema della mancanza di documenti ufficiali e fonti dirette che forniscano informazioni sulle maestranze che lavorarono al “Palagio” durante il Quattrocento, e soprattutto sulla paternità dell’opera.

Tentando di comprendere in quali termini il Brunelleschi possa aver portato il suo contributo alla conformazione attuale del corpo della Sala Grande, si può concludere che una sua partecipazione non può essere esclusa, ma che questa deve essere considerata come limitata esclusivamente a problemi di ordine “linguistico”. L’impianto era predeterminato dalla forma e dalla dimensione del basamento costruito in precedenza da “maestri ordinari” e condizionato dalla presenza di ambienti già esistenti, prodotto di interventi precedenti, che necessitavano di un collegamento con la nuova sala e ne influenzavano la distribuzione. Anche i materiali sono quelli tradizionali, e l’uso della pietraforte anche per elementi come le lesene angolari esterne, evidenzia come la ricerca compositiva delle facciate sia rivolta principalmente ad aspetti formali, con le grandi finestre ad arco sormontate dagli oculi, che potrebbero essere il risultato di concrete influenze brunelleschiane, anche se si accetta che l’opera può essere stata concepita non dal maestro, ma da “seguaci” delle sue innovazioni compositive. Non possono essere fatte considerazioni di ordine proporzionale, essendo la costruzione stata interrotta prima del completamento della sua elevazione, e ripresa solo più tardi con un intervento “di urgenza”.

 

 

          

Il Manetti sostiene che le intenzioni iniziali del Brunelleschi erano probabilmente quelle di disporre le coppie di pilastri ai soli due limiti estremi della facciata su Via di Capaccio, mentre l’attestamento del corpo della Sala Grande con quello adiacente lungo Via delle Terme sarebbe dovuto avvenire in modo meno marcato, senza sovrapporre alla parete quel pilastro che ancora oggi porta un taglio netto della facciata nel corpo del primo intervento quattrocentesco, e senza far compiere alla trabeazione un ulteriore cambio di direzione.

Filippo infra l’altre cose ordinò que’ pilastri piani di fuori, quel tale canto era messo in su’ davanzali in mezzo da due de’ detti pilastri, e a’ due canti, che più non ve ne apparisce, che si feciono a tempo di Filippo, sono murati bene e postovi su e pilastri bene. Ma nella faccia di Terme si determinò poi che apparissi un altro canto, […] che v’è l’architrave e fregio e cornice con rivolta; e puossi vedere quivi che quello pilastro che v’è non è posto bene”. Manetti, Vita di Filippo Brunelleschi

 

 

 

 

 

 

La configurazione dell’interno della Sala Grande è posteriore al possibile intervento brunelleschiano, fatto dimostrato sia dai documenti rinvenuti, che dalla forma e dalla disposizione degli elementi che ne caratterizzano il disegno.

 

Nel 1452 Maso di Bartolomeo, scultore e tagliapietre, stava lavorando alle lesene dell’ordine interno. Queste non si impostano direttamente sul piano pavimentale, ma sono applicate alle pareti ad una quota tale da permettere che le loro basi poggino sulle spalliere lignee disposte lungo il perimetro della sala.

 

 

 

Sulla parte esterna della parete nord della sala, sono ancora visibili le cornici di due oculi ripetuti come su Via delle Terme: si può ipotizzare che anche sul lato oggi quasi completamente nascosto dall’edificio dell’Arte della Seta dovesse comparire lo stesso sistema di finestre che caratterizza le due facciate libere. Il corpo della Sala Grande avrebbe assunto così un aspetto ancora più monumentale, libero nella parte superiore sui tre lati verso le vie pubbliche. Anche dalla piazza del Mercato Nuovo si sarebbe potuto così percepire la presenza della residenza della Parte Guelfa grazie ad un ulteriore fronte posto a nord.